ENGITA

STARDUST
Curated by Luciano Bolzoni

“There’s a starman waiting in the sky”.

David Bowie

If we imagine ourselves located in a universe without border points and any geographical references, we would be forced to look for a map to get a sense of direction in an apparently empty cosmos with no clear paths. We would need an intermediary key able to get us in this landscape made of darkness, dust and stardust. To establish a direction and to find at least a route to follow, we would need a map. Some say that there is no map of the sky, that there are no visible traces in the cosmos.

With an art that seems at first organized and attentive to geography, and then escapes towards elusive figures, Sara Forte gives us a map, or rather, many maps.

Sara searches for places. She finds them, distinguishes them and does all this by merging languages that are never the same, adding form after form, she takes them as synecdoche – a part for the whole – to experiment with other figures valuable for her research. She describes a unitary form by fragmenting it into modules, she adds matter and then removes oxygen from it, she guides and leads us far away without ever losing the meaning of the signs laying behind each figure. All the stories put on canvas, those knots that become rather chaotic and fragmentary spaceships (will they fly?), the glass sculptural shapes, are successful attempts to arrange assumptions and piece together secure nets.

This exhibition tells us different stories and figures.
Kaleidoscope combines the ability to impart balance to the figures with the urgency of keeping the forms together, orienting ourselves and seeking the direction of our journey: will we ever reach the origin of these figures? With Argo the artist does the exact opposite, providing us a new itinerary: the journey has ended and then begins again in the form of a search for the center, the origin, perhaps even the genesis of a new landscape: even landscapes have a beginning. And again, the glassy Metamorphosis towers have nothing to do with the Earth, but rather with the sky, as they stretch their tentacles and strands upwards, touching it lightly without reaching the acme: they are also vertical, three-dimensional maps, formally charged with such an electric power that could dare to defy materials much more resistant than glass. Finally, the works that use silicon allow the observer to believe that they are facing multiple bodily layers appointed not to pursue the finest form, which will never exist, but a lake archipelago made up of many isolated peninsulas in amidst a cosmic landscape.

Luciano Bolzoni

 
 
 
STARDUST
A cura di Luciano Bolzoni

“C’è un uomo delle stelle che attende in cielo”.

David Bowie

Immaginandoci tutti collocati all’interno di un universo privo di punti di confine e dunque di riferimenti geografici, saremmo costretti a cercare una mappa per orientarci in un cosmo in apparenza vuoto e privo di direzioni evidenti. Avremmo bisogno di una chiave di intermediazione che innanzitutto fosse in grado di farci entrare in un paesaggio fatto di buio, di pulviscolo e di polvere stellare. Per stabilire una condotta e per trovare almeno una direzione, necessiteremmo di una mappa. Qualcuno dice che non esiste una mappa del cielo, che nel cosmo non sussistono tracce visibili.

Con un’arte che inizia composta e attenta alla geografia, per poi fuggire verso figure sfuggenti, Sara Forte ci consegna una mappa, anzi, tante mappe.

Sara cerca i luoghi. Li trova, li distingue e fa tutto ciò componendo linguaggi mai uguali fra loro, aggiungendo forme su forme, le prende come sineddoche – una parte per il tutto – per sperimentare altre figure utili alla sua ricerca, racconta una forma unitaria frammentandola in moduli, aggiunge materia per poi togliere ossigeno alla stessa, conduce e ci conduce lontano senza mai perdere il significato dei segni di ogni sua figura. Tutti i racconti messi su tela, quei nodi che diventano astronavi piuttosto scomposte e frammentarie (voleranno?), le formazioni scultoree in vetro, sono tentativi riusciti di comporre deduzioni e imbastire reti sicure.

Questa mostra ci racconta storie e figure differenti.

Kaleidoscope ha in origine il compito di unire la capacità di imprimere equilibrio alle figure con l’urgenza di tenere insieme le forme, orientandoci e cercando verso e direzione del nostro viaggio: raggiungeremo mai l’origine di queste figure? Con Argo l’artista fa proprio il contrario, riconsegnandoci un nuovo tragitto: il viaggio è terminato per poi ricominciare sottoforma di ricerca del centro, dell’origine, forse anche della genesi di un nuovo paesaggio: anche i paesaggi hanno un inizio. E ancora, le torri vetrose Metamorphosis non riguardano il cielo ma la terra, sono strutture che gettano tentacoli e filamenti verso l’alto, sfiorandolo senza raggiungerne l’estremità: anche queste sono mappe verticali, tridimensionali, formalmente cariche di una tale forza elettrica da poter sfidare materiali ben più resistenti del vetro. Infine, le opere che ricorrono al silicio, consentono all’osservatore di credere di trovarsi di fronte a più strati corporei chiamati, anche qui, ad inseguire non già la forma migliore, che mai esisterà, ma un arcipelago lacustre fatto di tante penisole isolate in mezzo a un paesaggio cosmico.

Luciano Bolzoni

 
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